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Il peso specifico delle parole.

Pubblicato il alle 0:14 da Alessandra in Pensieri in libertà

Se solo potessimo calcolare il peso specifico delle parole,

anche di quelle non dette,

quella volta o in una vita intera,

forse potremmo persino ottenere la formula della felicità,

data dalle parole

dette o ascoltate,

quella volta o in una vita intera.

 

Potremmo calcolare matematicamente,

e quindi in modo inconfutabilmente esatto,

quello che amiamo

e chi ci ama,

e chi ci odia

e quanto ci odia

o quanto noi

odiamo lui

e potremmo calcolarlo

privandoci della responsabilità di ciò che diciamo

semplicemente attribuendola ad uno sterile

e insensibile calcolo.

 

Il peso specifico delle parole

con una scala di valori

con una tavola colorata

e graduata

come nella chimica.

Aggettivi, belli e brutti, indistintamente varrebbero dieci,

pronomi meno, solo cinque

i verbi dipende da cinquanta a cento

i sostantivi sempre venti come anche i nomi propri

un supplemento sempre per le rime

i numeri varrebbero quel che indicano

questo il loro peso,

che andrebbe poi diviso per il loro volume,

ovverosia la lunghezza.

 

Amare varrebbe cento

in ogni sua declinazione

Io ti amo varrebbe solo centodiecidivisosette,almetrocubo.

Io ti amo molto salirebbe solo di dieci madivisododici,semprealmetrocubo.

Io ti amo mille sarebbe un clamoroso millecentodieci diviso sempre dodici,almetrocubo

senza senso, ma efficace.

 

Il tutto sempre, ovviamente, calcolato in newton al metro cubo.

Le parole non dette andrebbero in negativo,

quelle solo pensate finirebbe sotto lo zero,

così, si dovrebbe pensare di più,

a ciò che si pensa,

ma non si ha il coraggio di dire.

 

Se potessi calcolare il peso specifico delle parole

lo terrei per me.

Passerei il tempo in silenzio,

a pensare a quanto amo, senza calcolarlo mai,

senza temere di andare in negativo

con tutto quello che provo

che sento e che non dico.

 

Se conoscessi il peso specifico delle parole

butterei via tutte le bilance

perché non potrei mai credere

che la parola -parola-

anche se le racchiude tutte,

anche se è il centro

di tutto il resto

varrebbe solo

un misero

venti

poidivisocinque

al metro cubo.

 

d

Parlarsi (non è una storia vera -parte 3-)

Pubblicato il alle 17:46 da Alessandra in Non è una storia (vera)

Quanto è difficile parlare?

Inquadrare la sua faccia a dieci centimetri dalla tua e far uscire tutto quello che pensi. Tutto.

Anche quello che non avresti mai pensato di dire. Anche quello che, nato come un pensiero, pensavi sarebbe rimasto solo un pensiero. E invece lo dici. Lo dici perché non puoi fare a meno di dirlo. Perché parlare coi suoi occhi, che sono lì e ti ascoltano, è tanto difficile quanto facile, come se fosse un monologo tra te e te.

Quanto è difficile iniziare a parlare.

Perché quando poi hai iniziato il difficile non è più parlare, ma accettare che i suoi pensieri non siano necessariamente i tuoi pensieri, e puoi solo sperare di conoscerli, sentirlo almeno un po’, e poi sperare e ancora sperare.

Conosci i suoi occhi, conosci le sue espressioni, conosci anche i suoi silenzi, alcuni almeno. Ma sai che c’è un posto in cui non potrai entrare, e che è ciò che fa ancora la differenza tra ciò che sei e ciò che è, e tra ciò che è e ciò che sei.

Parlare è difficile, fa anche male a volte.

Eppure avevi i suoi occhi dentro i tuoi, le parole faticavano a uscire, aiutate dal vino e dalla voglia che quelle parole, e quello che quelle parole significavano non fosse più solo tuo, ma vostro.

Avevi i suoi occhi dentro i tuoi, parlare faceva strano, faceva male in parte, eppure tu, tu eri felice.

Capita.

Pubblicato il alle 22:20 da Alessandra in Pensieri in libertà

Capita a volte.

Capita quando la modalità shuffle del tuo lettore mp3 decide di metterti alla prova.

Di solito sceglie i momenti peggiori: quando sei in macchina sulla serravalle, mentre torni a casa e tra le curve, in mezzo alle curve, tu sai e lui sa che non ti potrai fermare, anche se vorresti, anche se tu vorresti non potrai fermarti.

E allora capita.

Capita che il nodo allo stomaco, sale alla gola.

Capita che quello che a dire il vero tu già sai, e lo sai bene, arriva al tuo cervello come una novità.

Come una novità che fa male. Come se non l’avessi già vissuta, digerita, superata.

Capita.

Capita che gli occhi si riempono di lacrime che sono gli unici che sanno come fare per sfogarsi.

E sei ancora sulla serravalle, alla guida della tua macchina, mentre non ti puoi fermare.

E la musica si alza, tu la alzi, e almeno lei riempie qualcosa, il silenzio, che altrimenti sarebbe rotto dal tuo singhiozzo.

Non c’è più.

E suona nuovo. Strano. Doloroso.

Ma come è possibile? Ma quando è successo?

E tutto per una canzone!

Quella canzone che prende tutto ciò che di razionale c’è in te e lo mette da parte.

Questo è lo scherzo della morte.

Alcuni dicono che passa. Che poi passa. Che c’è un punto, a un certo punto, in cui non farà più male.

Poi c’è chi dice che non passa mai. Che ci sarà sempre quel dolore che non passa, che puoi seppellire e nascondere e tirare fuori sempre più di rado, ma che resta.

E pensi solo a quanto ti manca. A quanto ti mancano i suoi occhi, i suoi sorrisi e il suo odore. Le sue telefonate. Il suo bene. Il bene che lui ti voleva, che voleva alla sua bambina e che voleva a tuo fratello. Al suo figlio primogenito. Al suo bambino.

Capita a volte.

Capita quando non te lo aspetti.

Ma capita.

Credo a chi dice che non passa.

Tutto qui.

Credo a chi dice che capita.

Tutto qui.

Capita.

Scrivere non è obbligatorio.

Pubblicato il alle 19:23 da Alessandra in Pensieri in libertà

Fai dell’altro se puoi.

Non perdere il tuo tempo a cercare un bel modo per dire una cosa.

Non sprecare le tue ore per trovare le parole giuste per raccontare un’immagine.

Il tempo non ti verrà restituito. Le ora se ne andranno, per non tornare.

Scrivere non è obbligatorio.

E non esistono parole giuste, parole che stanno bene con altre parole, parole che suonano meglio di altre.

Le parole sono sbagliate, le parole stanno da sole, le parole ballano.

Scrivere non è consigliato. O consigliabile.

Scrivere fa male, devi saperlo, prima di iniziare. Scrivere è pericoloso, devi saperlo, prima di inciampare. Scrivere ti rimette al mondo, devi saperlo, prima di lasciarlo andare, il mondo.

Scrivere non è obbligatorio.

A meno che tu non sia obbligato a scrivere.

In quel caso scrivi. Non ascoltare me. Scrivi. Non lasciare che le parole ti scappino.

Scrivi.

 

L’inchiostro è un dono. E la tua mano il tramite.

Perchè amo scrivere [non è una storia vera -parte due-]

Pubblicato il alle 17:51 da Alessandra in Non è una storia (vera)

Resti ancora un pò?

 

Aveva imparato sulla sua pelle che -per sempre- era troppo lungo, troppo pesante, troppo impegnativo.

Lo aveva imparato una sera, quando credeva di averlo capito e voleva spiegarlo. Ma dall’altra parte c’era chi l’aveva capito prima di lei, più di lei, meglio di lei.

E non glielo aveva spiegato, non voleva spiegarlo. Solo non era d’accordo. E sorrideva della consapevolezza che un giorno, in effetti, anche lei lo avrebbe capito, ma aveva già capito che a nulla sarebbe servito spiegarglielo, in quel momento. L’ascoltò e poi disse la sua.

E allora lei si era accorta di non aver capito. Niente.

Per sempre è solo una cosa. Per sempre è per sempre.

La vita è tutto il resto. Questa era la verità. E le parole scorrevano come i fiumi. Le altre parole, ma non per sempre. Quella sera sarebbe finita quella sera. L’indomani sarebbe iniziato e poi finito l’indomani. E poi così, avanti per un pò. Forse un bel pò. Forse per molto.

Ci sarebbe voluto il rumore del mare, ma non c’era. Ci sarebbe voluta la neve, ma non c’era.

Era solo sera. Era solo inverno.

E quella canzone smise di significare quello che significava.

Aprì gli occhi perchè qualcuno la invitò a guardare, ma non in una direzione, a guardare, a spiare, a osservare, sempre di più, sempre più a lungo sempre più intensamente, ma come lei stessa già sapeva fare.

Avrebbe voluto dirle: -resti per sempre?-

Eppure dalla sua bocca uscì solo un timido: -resti ancora un pò?-

Goodbye 24.

Pubblicato il alle 18:54 da Alessandra in Pensieri in libertà

avere ventiquattroanni

dire quel ciao

e appendere

un drappo nero al cuore

e lasciarlo                                                         riaccomodarmi nel mio silenzio

per sempre.                                                     riprendermi i miei ricordi

imparare a parlare

per poi dimenticare subito come si fa.

vedere il suo corpo

senza riconoscerlo

chiamarlo

senza riceve risposta

amarlo con lo stesso amore di sempre

vedere il sempre che smette di essere

e diventa per.

 

accettare d’essere felice

credere che le cose cambino sempre

smettere di avere paura

dormire un pò di più

capire cosa volevano dirti alcuni

cambiare solo per se stessi

accettare per la prima volta qualcosa di così grande

con la rassegnazione che ti svuota dentro e ti riempe gli occhi

 

Non è stato semplice

tutto qui

che sa di passato e permane nel presente

ma senza pianti o piagnistei

che la vita è una figata

ed è più forte.

Ritorna solo chi è partito.

Pubblicato il alle 16:57 da Alessandra in Pensieri in libertà

Non ne ho mai scritto.

Perchè sapevo che un giorno,

durante il freddo,

mi sarebbe mancata al punto

che anche solo il pensiero

di poterla ricordare

per buttare giù qualche riga

mi avrebbe aiutata.

 

E vado in ordine per dimenticare il meno possibile, anche se poi l’ordine lo perdo e qualcosa lo dimentico.

 

 

Il lungo viaggio in macchina. La notte che: “non hai vissuto gli anni 70? ma come è possibile?”. Le chiamate per le ultime scorte. L’aliscafo. Il mare tutto intorno. Lei. L’attracco e il nano che corre verso il suo papà. Il mio zaino gigante. La cena. L’inizio dell’alcool senza sosta. La notte. Lo scooter. Il buio vero. Il mare. L’eli che mi regala le basi per non perdermi. Paolo e le sue foto. Io che mi incanto ad ogni pezzo nuovo. L’olio di mallo. La scoperta dei fichi. I bagni che al sole si muore. Le grotte. Richi e bibi che mi chiamano zia e mi proclamano giudice in quanto vecchia. La Cami che mi fa ridere e vince le sfide. Io e il nano in scooter a veder le rughe. La barca di Titta. Le berte. Il vento. Gli uomini che cucinano. Noi tutti che beviamo. “Si vede tanto che non è un costume?”. I delfini. Il bagno alla secchitella, e io che mi emoziono. Uno dei più bei tramonti di sempre. L’alba con Marta. I tuffi di Ludo. Il mare. I tuffi di richi. Bibi che guida la barca e che ha fatto il corso di vela. L’idea che nasce e le liberatorie. Il bagno alla piscinetta. Gli anni persi in un secondo per una pipì. “Chi è stato lassù alla vedetta?” “io!” La luci che si prende cura, mi prende in giro e ridiamo. Le passeggiate al buio per far addormentare Ludo. Il mare. Il buio.La luna. Il tubo che scoppia. La granita al pistacchio. Le lucertole assassine. L’unico bagno in solitaria. Io che qualche volta riesco pure a scrivere. Paolo che è felice. Il telefono che è solo un ricordo. Il traghetto che attracca o non attracca? Tutte le persone incontrate. Noi che non riusciamo a partire. Noi che poi riusciamo a partire. Tutto quello che da lì è iniziato. I grazie che ancora non ho detto abbastanza.E il mare tutto intorno.

Chiedo scusa.

Pubblicato il alle 14:41 da Alessandra in Pensieri in libertà

Chiedo scusa, anticipatamente.
A chi lo ama.
A chi lo aspetta.
A chi ” finalmente”!
Chiedo scusa.

E’ che a me arriva come un pugno nello stomaco.
E non di sorpresa.
Che quando ti ferisci, con la carta, con un coltello, con una lama,
per caso
all’improvviso
non ti accorgi subito del male.
Arriva dopo il dolore.
Insieme al sangue, al bruciore, alle lacrime.
Arriva dopo.

C’è quell’attimo lungo o corto, in cui non senti niente.

Se invece sai che stanno per colpirti, concentri tutte le tue forze su quel punto
e il dolore lo senti moltiplicato.
Lo senti prima, durante e dopo.
Prima perchè sei in tensione, mentre colpisce perchè sei concentrato solo su quello e dopo perchè brucia.

Ecco cosa sono le lucine, gli alberi, i cappelli rossi e la barba.
Ecco che cosa è.
Ecco che cosa mi fa.
Un lento taglio, un lente d’ingrandimento sulla tua ferita, che all’improvviso, anche se aveva smesso, ricomincia a sanguinare.

Io sto bene. Quasi.
Ma riconosco quel dolore.
Se potessi.
Cancellerei Dicembre.
Cancelleri il 25.

Creerei un giorno in cui si è tutti più cattivi
o forse solo più veri.

Quando sei piccolo.

Pubblicato il alle 17:45 da Alessandra in Pensieri in libertà

 

Quando sei piccolo,

ma piccolo piccolo,

fanno tutto gli altri.

 

Tu non fai niente.

E loro fanno tutto, per te.

Quando cresci,

man mano che cresci,

le cose che tu devi fare aumentano

e diminuiscono quelle che gli altri fanno per te.

 

Fanno meno cose,

eppure,

non smettono mai di parlare

di dire,

di pretendere di insegnarti tutto.

Ti insegnano

a mangiare da solo

a camminare senza paura,

poi a correre

ad andare in bici senza rotelle.

Ti insegnano a parlare,

a cantare,

a chiedere “scusa”

e a dire “grazie”!

Ti insegnano a guardare

a destra e a sinistra prima di attraversare la strada,

sempre sulle strisce,

a non seguire il pallone,

se ti scappa in mezzo alla strada.

Ti insegnano a leggere,

a scrivere,

a fare i calcoli,

ti insegnano le date,

le capitali,

le tabelline

e almeno una lingua che non sia quella che già sai.

Ti insegnano tutto quello che possono insegnarti

pensando che possa bastare.

 

Poi succede qualcosa.

 

E non importa quando.

Ad un certo punto succede

e tu impari qualcosa.

Quel qualcosa che nessuno

ti aveva insegnato prima,

perchè speravano che non dovessi mai imparare quella lezione.

Impari che bastano ventiquattro ore

perchè passi un giorno

che dopo sette giorni

passa una settimana

dopo quattro settimane un mese,

e dodici mesi fanno sì che passi un anno.

E che si sia in quello stesso giorno.

Di nuovo.

Da capo.

Ma un anno dopo.

Ci si attacca alla logica

quando la logica fa acqua da tutte le parti.

Un anno dopo.

Di nuovo.

Da capo.

 

Il dolore è lo stesso,

ma sotterrato sotto un anno di vita:

quello che fa male continua a fare male

e fa male

ogni giorno

con un giorno di dolore in più sulle spalle.

È un vuoto che non si colma

è un vuoto che resta vuoto.

È un nemico con cui impari a convivere

e da cui impari qualcosa.

E ogni giorno ti senti un po’ solo

e impari da solo

quello che nessuno ti avrebbe mai saputo insegnare.

 

Smetti di essere un bambino,

diventi grande

solo quando sei costretto a farlo.

Smetti di essere un bambino,

diventi grande

solo quando nessuno ha la risposta alle tue domande.

Smetti di essere un bambino,

diventi grande

quando capisci che non smetterai mai di avere paura.

 

Nessuno potrà mai insegnarti a gestire il dolore

nessuno potrà mai insegnarti quello che davvero conta.

 

Il tuo dolore è

e resterà,

il più grande dei dolori.

 

E tutto quello che puoi fare

è conservarlo

proteggerlo

difenderlo

imparare a sorridere tra le lacrime

che seppur amaro

un sorriso è un sorriso.

E tutto quello che puoi fare

è riordinare in un baule

i tuoi giocattoli

inserire i tuoi ricordi più belli

chiudere e nascondere la chiave.

E tutto quello che puoi fare

è arrenderti di fronte all’evidenza

che il dolore ti cresce più di tutte le parole

ti cresce e ti distrugge

finchè non ti rimette in piedi

per permetterti di ricordare.

 

Camminando all’indietro

Pubblicato il alle 17:27 da Alessandra in Pensieri in libertà

Che cosa c’è ancora da dire?

Niente? Tutto?

Amo il mio paese, eppure mi fa schifo.

Amo il mio lavoro, eppure temo in continuazione di non farcela, di cedere, di perdere.

…è che amo andare avanti, però tutto il resto, va indietro.

E tu, piccolo e inutile numero, uno, e non inteso come primo, ma inteso come solo, ti trovi a galleggiare in una fanghiglia, che non riesci a capire se sia fango o merda.

Ce la metti tutta. Ma anche loro ce la mettono tutta.

E mentre tu, tenti di costruire, gli altri riescono a smantellare.

E non parlo solo di cultura, parlo di un paese intero, che crede di guardare avanti e invece, lentamente, torna indietro.

Arretrano i diritti. Arretra la dignità.

E così ci troviamo tutti nella stessa poltiglia.

Maledicendo il primo che ha accettato di fare di più per meno, abituando chi pretende a pretendere sempre di più, senza offrire nulla in cambio.

Senza pensare, che quel primo, povero, illuso, non poteva immaginare che per colpa sua…

Sì per colpa sua.

E ormai l’errore è un sistema. E un sistema non si cambia.

E quindi guardiamo avanti, tacciati di essere viziati, bamboccioni, ridicoli.

“non abbiamo visto la guerra, non abbiamo sofferto la fame, abbiamo comunque dietro pantalone che mette una pezza…”

Guardiamo avanti e siamo fermi, inchiodati al pavimento.

…che se sei una madre, comunque non potrai mai tenere più al lavoro che a tuo figlio.

…che se sei un padre, smetti di pensare al resto, guadagni per mantenere la tua famiglia.

…che se non sei nè l’una, nè l’altro allora ti si può anche non pagare.

Guardiamo avanti, siamo tecnologicamente pronti.

E non ci accorgiamo che noi stiamo solamente camminando all’indietro.

 

Se avesse ancora senso scendere in una piazza, per dire quello che si pensa, io scnederei, ma questa volta, lo faresi soltando camminando all’indietro: guardando avanti, ma andando indietro.

 

Alessandra Scotti

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